"Il bambino buono non si arrabbia"

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"Il bambino buono non si arrabbia"

La scena la conoscono quasi tutti i genitori. Il bambino esplode, urla, si butta per terra, magari tira qualcosa. E nel mezzo del caos, arriva la frase di qualche adulto nelle vicinanze: “ma questo bambino si arrabbia sempre”. Con un sottotesto chiaro: i bambini buoni non lo fanno.

È un’idea radicata, e non solo nella cultura popolare. Ancora oggi, in molti contesti, la rabbia di un bambino piccolo viene trattata come qualcosa da spegnere, correggere o punire. Come se un bambino sereno fosse, per definizione, un bambino silenzioso.

Il problema è che un bambino che non si arrabbia mai non è necessariamente un bambino felice. Spesso è un bambino che ha imparato a nascondere quello che sente.

Da dove viene questo mito

L’idea che le emozioni negative, e la rabbia in particolare, debbano essere controllate fin dalla prima infanzia affonda le radici in una cultura educativa che ha a lungo confuso il benessere emotivo con la compiacenza. Un bambino che non piange, non protesta, non si oppone è stato a lungo considerato un bambino ben educato. Un bambino facile.

Questa visione ha ignorato una cosa fondamentale: la rabbia è un’emozione normale, sana e necessaria. Non è un difetto del carattere né un errore educativo. È parte del repertorio emotivo con cui ogni essere umano nasce.

Gioia, paura e rabbia sono emozioni fondamentali che emergono attraverso passaggi precisi già dalla nascita. La rabbia si intensifica nel primo anno di vita e raggiunge la sua espressione più visibile tra i dodici mesi e i tre anni, quando il bambino ha sviluppato abbastanza consapevolezza di sé da volere le cose, ma non ancora abbastanza linguaggio per chiederle o abbastanza strumenti per tollerare che non arrivino.

Cosa succede quando la rabbia viene repressa

Dire a un bambino arrabbiato di calmarsi, o punirlo per aver espresso rabbia, non elimina l’emozione. La spinge dentro. Interventi di questo tipo comunicano al bambino che le sue emozioni sono “cattive” o “sbagliate”, così quest’ultimo cercherà di reprimerle, con conseguenze dannose sul proprio sviluppo.

Le conseguenze non sono astratte. I bambini che reprimono le emozioni accumulano tensione emotiva nel tempo, che può trasformarsi in sintomi fisici o comportamenti disfunzionali. Un bambino a cui è stato insegnato che la rabbia non è accettabile impara a nasconderla, non a elaborarla. E quello che non si elabora da piccolo si ripresenta, in forme diverse, più avanti.

C’è anche un effetto sul legame con il genitore. Un atteggiamento giudicante e poco empatico può spingere i bambini a reprimere le loro emozioni, etichettandole come sbagliate. Il bambino che impara che arrabbiarsi allontana le figure di riferimento sviluppa strategie per apparire emotivamente neutro, non perché stia bene, ma perché ha capito che è più sicuro.

L'emozione e il comportamento non sono la stessa cosa

Qui sta il punto più importante, e anche il più utile nella pratica quotidiana.

Accettare la rabbia del bambino non significa accettare qualsiasi comportamento che ne deriva. La distinzione da tenere a mente è tra l’emozione e l’azione: il bambino ha diritto a essere arrabbiato. Non ha diritto a tirare oggetti contro le persone, mordere, distruggere cose.

La differenza non è sempre facile da tenere in mente nel momento in cui la crisi sta succedendo. Ma è la distinzione che rende possibile rispondere alla rabbia senza punirla e tenere il limite sul comportamento senza negare l’emozione.

In pratica: “sei arrabbiato, capisco. Ma i giocattoli non si lanciano.” Non “smettila di fare così” e non “va bene tutto”. Qualcosa nel mezzo, che riconosca quello che il bambino sente e contemporaneamente tenga fermo su quello che non è permesso fare.

Cosa aiuta concretamente

I bambini non sono ancora in grado di autoregolare completamente le proprie emozioni, e questo li porta ad avere vere e proprie crisi di rabbia. Gli adulti di riferimento svolgono un ruolo fondamentale nell’aiutarli ad acquisire la capacità di autoregolazione emotiva: è attraverso di essi che i bambini sperimentano le proprie emozioni, compresa la rabbia.

Concretamente, alcune cose fanno la differenza.

Nominare l’emozione ad alta voce, anche durante la crisi: “sei arrabbiato perché non puoi avere quello che vuoi”. Non per spiegare, ma per dare un nome a qualcosa che il bambino sente come sopraffacente e non sa ancora descrivere. Frasi come “capisco che ti senti arrabbiato, ma è ok provare rabbia” aiutano il bambino a riconoscere le proprie emozioni senza esserne travolto.

Restare presenti senza amplificare. Una crisi di rabbia ha una curva: sale, raggiunge il picco, scende. Un adulto che rimane calmo nella stanza non sta premiando il comportamento: sta offrendo al bambino un modello di come si può attraversare un’emozione intensa senza che diventi pericolosa. I bambini osservano attentamente i nostri comportamenti e le nostre reazioni, e sentono e percepiscono il nostro stato emotivo.

Tornare sull’episodio dopo, quando la tempesta è passata. Non per riepilogare le regole, ma per riconoscere quello che è successo: “prima eri molto arrabbiato. Cosa ti ha fatto arrabbiare così tanto?” Questo aiuta il bambino a costruire un vocabolario emotivo nel tempo, che è esattamente lo strumento di cui avrà bisogno per gestire la rabbia in modo sempre più autonomo man mano che cresce.

Quando vale la pena parlarne con qualcuno

La rabbia frequente e intensa in un bambino piccolo è quasi sempre normale. Vale la pena farne cenno al pediatra o a uno specialista se la rabbia è frequente e sproporzionata rispetto alle situazioni che la scatenano, se sfocia in comportamenti aggressivi o pericolosi verso se stesso o gli altri, o se il bambino manifesta altre emozioni in modo distorto, ad esempio rispondendo con rabbia a situazioni di tristezza.

Non per patologizzare una fase di sviluppo normale, ma perché in questi casi uno sguardo esterno può aiutare a capire se c’è qualcosa di specifico su cui lavorare.

Un bambino che si arrabbia non è un bambino difficile. È un bambino che si fida abbastanza da mostrare quello che sente. E un bambino a cui viene insegnato che la rabbia esiste, ha un nome, e non fa paura, cresce con qualcosa di molto più utile di un temperamento placido: cresce con gli strumenti per conoscersi.
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