Perché lancia gli oggetti?

Il cucchiaino vola dal seggiolone. Il libro finisce sotto il divano. Il mattoncino centra la televisione. E lui ti guarda, soddisfatto, aspettando di vedere cosa succede.
Benvenuto in una delle fasi più rumorose, fisicamente impegnative e in realtà scientificamente interessanti della prima infanzia. Quello che stai guardando non è un bambino che vuole farti impazzire. È un bambino che sta facendo ricerca.
Il cervello che scopre la causa e l'effetto
Intorno ai nove-dodici mesi, i bambini fanno una scoperta che li entusiasma in modo sproporzionato: quando lasciano andare qualcosa, succede qualcosa. L’oggetto cade. Fa rumore. Rotola. A volte si rompe. A volte rimbalza. A volte la mamma fa una faccia molto interessante.
Questo è esattamente il tipo di esperimento che il cervello di un bambino in questa fase è programmato per fare. La psicologia dello sviluppo lo chiama apprendimento della causalità: capire che le mie azioni hanno conseguenze prevedibili sul mondo intorno a me. Lanciare un oggetto e osservarne la traiettoria è, per un bambino di un anno, la stessa cosa che per uno scienziato adulto mandare in orbita un satellite: si vuole vedere cosa fa, dove va, come risponde.
Verso i diciotto-ventiquattro mesi questa tendenza raggiunge spesso il suo picco. A quell’età il bambino non si limita più a lasciar cadere, ma lancia con intenzione, con forza, con mira crescente. Anche questo è un traguardo motorio: coordinazione occhio-mano, forza muscolare, pianificazione del movimento. Nelle valutazioni dello sviluppo si verifica proprio che il bambino sappia lanciare un oggetto, non solo tenerlo.
Quando lancia per esplorare e quando lancia per comunicare
Non tutti i lanci sono uguali. Vale la pena imparare a distinguerli, perché la risposta utile cambia.
Lancia per esplorare. Succede quando è sereno, concentrato, e osserva attentamente dove va l’oggetto. Spesso ripete lo stesso gesto più volte, con variazioni: questo oggetto più pesante cade diversamente? Questo rimbalza e quest’altro no? È gioco nel senso più pieno del termine, anche se sembra solo caos.
Lancia per richiamare attenzione. Succede quando vuole interazione e non riesce ad ottenerla in altro modo. Il cucchiaino dal seggiolone durante la cena, mentre gli adulti parlano tra loro, appartiene spesso a questa categoria. Il lancio funziona benissimo: produce una reazione immediata, garantita.
Lancia perché è frustrato. Questo è il lancio più visibile e più difficile da gestire. Succede quando qualcosa non va come vorrebbe, quando non riesce a fare una cosa, quando arriva un no che non si aspettava. A due anni il cervello non ha ancora gli strumenti per tradurre quella frustrazione in parole. Il corpo la esprime prima che la mente possa elaborarla, e spesso il risultato è un oggetto che vola. Non è una scelta deliberata di fare del male: è un’emozione che cerca un’uscita fisica prima che il linguaggio possa intercettarla.
Cosa fare
La risposta utile dipende, come sempre, da quale tipo di lancio stai guardando.
Quando lancia per esplorare, la cosa più vantaggiosa è offrirgli contesti sicuri dove farlo: palle di varie dimensioni e consistenze, oggetti che rimbalzano, sacchetti di stoffa che volano morbidi. Il bisogno è reale e ha senso assecondarlo in modo che non distrugga niente di importante.
Quando lancia per ottenere attenzione, la risposta più efficace di solito è non amplificarla. Una reazione molto intensa, anche negativa, comunica che il sistema funziona. Raccogliere l’oggetto in silenzio, nominare quello che si vede (“vedo che vuoi che ti guardi”), e offrire un modo alternativo per ottenerla.
Quando lancia per frustrazione, il primo passo è contenere la situazione senza far crescere il conflitto. Spostarsi vicino a lui, abbassarsi alla sua altezza, aspettare che l’intensità scenda un poco. Non serve spiegare in quel momento perché non si lancia: non verrà elaborato. Quella conversazione, brevissima e concreta, funziona meglio quando la tempesta è passata. “Eri arrabbiato. Capisco. Ma le macchinine non si lanciano. Se sei arrabbiato, puoi dirmi arrabbiato.”
Il genitore che mantiene la calma in questi momenti non sta premiando il comportamento. Sta modellando qualcosa di molto più importante: come si sta dentro un’emozione senza esserne travolti.
Una nota sul limite
Spiegare il perché non significa non mettere un limite. Le due cose coesistono benissimo.
Che il lancio venga dall’esplorazione, dall’attenzione o dalla frustrazione, ci sono oggetti che non si lanciano e ci sono situazioni in cui non si lancia. Questo limite vale, e si può tenere fermo senza alzare la voce e senza fare di ogni episodio una crisi. La coerenza, ripetuta nel tempo, è quello che insegna al bambino dove sta il confine, molto più di qualunque spiegazione eloquente nel calore del momento.
Quando questa fase finisce
Per la maggior parte dei bambini, il lancio esplorativo si attenua man mano che altri modi di interagire con il mondo diventano disponibili: il linguaggio, il gioco simbolico, la capacità di stare in relazione con i coetanei. Non sparisce di colpo, ma perde gradualmente quella qualità ossessiva e sistematica dei primissimi anni.
Il lancio da frustrazione richiede più tempo, perché dipende dallo sviluppo della regolazione emotiva, che è un processo lungo. Si ammorbidisce man mano che il bambino acquisisce più parole per nominare quello che sente e più capacità di tollerare l’attesa e la delusione.
Nella quasi totalità dei casi questa è una fase che si gestisce e si attraversa. Vale la pena farne cenno al pediatra o a un professionista se il lancio è sistematicamente accompagnato da grande intensità emotiva e non sembra mai attenuarsi con il tempo, se si accompagna ad altri comportamenti che ti preoccupano nello sviluppo, o se è indirizzato verso persone in modo ripetuto e non sembra rispondere ad alcun tipo di limite o di contenimento.
In questi casi non si tratta di allarmismo, ma di portare all’attenzione di chi conosce il bambino qualcosa che merita uno sguardo più attento.