Baby blues e depressione postpartum: come si riconoscono

Nei giorni dopo il parto ci si aspetta di sentirsi in un certo modo. Si aspetta la gioia, il sollievo, l’amore travolgente. E spesso ci sono, davvero. Ma a volte ci sono anche pianto improvviso, tristezza che non si riesce a spiegare, stanchezza che va oltre la stanchezza fisica, un senso di estraneità da sé stesse e da quello che sta succedendo.
Non se ne parla mai abbastanza apertamente. E questo silenzio fa sentire ancora più sole chi lo vive.
Questo articolo esiste per rompere un po’ quel silenzio. Per aiutare a distinguere quello che è normale da quello che merita attenzione, e per dire chiaramente che chiedere aiuto non è una sconfitta: è l’unica cosa davvero utile da fare.
Il baby blues: cos'è e perché succede
Nei primi giorni dopo il parto, circa sette donne su dieci attraversano quello che viene chiamato baby blues. Pianto facile, sbalzi d’umore, un senso di malinconia difficile da localizzare, momenti di ansia improvvisa, difficoltà a dormire anche quando il bambino dorme. Il tutto mescolato con momenti di tenerezza e benessere, in modo apparentemente caotico.
Il baby blues non è una malattia e non richiede un trattamento specifico. È una risposta fisiologica a uno dei cambiamenti ormonali più bruschi che il corpo umano possa sperimentare: nel giro di poche ore dal parto, i livelli di estrogeni e progesterone crollano vertiginosamente. Si aggiunge la privazione del sonno, la fatica del parto, il disorientamento di un mondo completamente trasformato. Il cervello reagisce, e lo fa attraverso le emozioni.
Il baby blues in genere dura da due a tre giorni fino a un massimo di due settimane ed è relativamente lieve. Tende a comparire tra il secondo e il quinto giorno dopo il parto, raggiunge il suo picco e poi si attenua da solo, senza bisogno di intervento. Quello che aiuta in questo periodo è soprattutto il riposo quando è possibile, il sostegno concreto di chi è vicino, e la libertà di non dover dimostrare niente a nessuno.
Se stai attraversando questa fase adesso: quello che senti è reale, ha una causa precisa, e passerà.
Quando qualcosa è diverso: la depressione postpartum
La depressione postpartum non è una versione più intensa del baby blues. È un’altra cosa, con caratteristiche diverse e con bisogni diversi.
Le madri con depressione postpartum sperimentano emozioni comuni a un’intensità troppo alta o troppo bassa rispetto al solito. Molte donne provano un’eccessiva preoccupazione o ansia, anche per situazioni che prima erano in grado di affrontare e gestire, altre sono estremamente irritabili nei confronti di sé stesse o degli altri, altre ancora si sentono sovraccariche e sotto pressione anche quando le cose vanno bene.
I segnali su cui vale la pena prestare attenzione sono:
un umore stabilmente basso per la maggior parte del giorno, per più giorni consecutivi. Non tristezza che va e viene: tristezza che rimane, anche quando non c’è una ragione apparente.
La perdita di interesse o di piacere per cose che prima piacevano, incluso stare con il bambino. Non mancanza di amore: incapacità di sentirlo, che è diverso e molto più pesante da portare.
Stanchezza che non migliora con il riposo, difficoltà a concentrarsi, sensazione di non riuscire a prendere decisioni anche semplici.
Sentimenti di colpa e perdita di speranza nel futuro. La convinzione di non essere all’altezza, di fare tutto sbagliato, che le cose non miglioreranno.
Alterazioni del sonno e dell’appetito che vanno al di là di quello che il bambino impone con i suoi ritmi.
La depressione postpartum è più intensa del baby blues, dura oltre due settimane e interferisce con la cura di sé e del bambino. È questo il criterio più utile da tenere in mente: se quello che senti dura, se peggiora invece di attenuarsi, se inizia a rendere difficile la vita quotidiana, allora non è baby blues.
La depressione postpartum colpisce il 12-15% delle donne tra il primo mese e l’anno successivo al parto, ovvero circa una donna su sei. Non è rara. Non è una reazione estrema o anomala. E non è una colpa.
Una cosa che nessuna dovrebbe sentirsi dire
La maternità viene raccontata quasi sempre come un periodo di gioia pura. Questa narrazione, per quanto comprensibile, fa un danno reale a chi non la vive così. Chi si sente triste invece che felice, distaccata invece che presente, incapace invece che competente, tende a pensare di essere l’unica. Di star sbagliando qualcosa di fondamentale. Di essere, in qualche modo, una madre inadeguata.
Le donne che sperimentano emozioni di disagio e profonda tristezza spesso non si sentono legittimate a chiedere aiuto o sottovalutano la propria sintomatologia a causa della pressione sociale, che vede la maternità come un momento caratterizzato esclusivamente da gioia e appagamento.
La depressione postpartum non è una colpa né una debolezza, ma una condizione curabile. Non dipende da quanto ami tuo figlio. Non dice niente di te come madre. È una condizione medica, con cause precise, che risponde bene al trattamento quando viene riconosciuta in tempo.
Chi può soffrirne
La depressione postpartum riguarda principalmente le madri, ma non solo. Anche i partner possono essere colpiti da questo disturbo, anche se con frequenza minore rispetto alle donne. E può colpire anche dopo una seconda o terza gravidanza, anche se le precedenti erano andate bene.
Ci sono fattori che aumentano la probabilità di svilupparla: aver vissuto episodi di depressione o ansia in passato, anche prima della gravidanza; aver avuto scarso supporto da parte del partner o della famiglia; aver attraversato un parto difficile o complicato; avere un bambino con problemi di salute nei primi giorni. Ma avere un bambino è comunque un evento che cambia la vita e talvolta, anche in assenza di questi fattori, può far scaturire la depressione. Non aver avuto fattori di rischio non esclude niente.
Se i sintomi durano più di due settimane, il primo passo è parlarne con il medico di riferimento: il ginecologo, l’ostetrica, il medico di base. Non aspettare che passino da soli, e non aspettare di “stare abbastanza male” per meritare attenzione. Chi lavora in ambito perinatale conosce bene questa condizione e sa come orientarti verso il supporto giusto.
I tre principali tipi di trattamento sono le strategie di auto-aiuto, la psicoterapia e i farmaci. La decisione sul migliore tipo di terapia va presa insieme al medico curante dopo aver valutato vantaggi e svantaggi di ognuna. Non esiste una risposta uguale per tutte. Esiste quella giusta per te, in questo momento.
Se stai allattando e ti viene proposto un trattamento farmacologico, sappi che molti antidepressivi consentono alle donne di continuare ad allattare. È una conversazione da fare con il medico, non un motivo per rinunciare all’aiuto.
C’è un caso in cui non bisogna aspettare nemmeno un giorno: se compaiono pensieri di fare del male a sé stesse o al bambino, bisogna rivolgersi immediatamente al pronto soccorso o chiamare il 118. Non perché si sia “cattive madri”: perché si sta attraversando una crisi che richiede supporto immediato, e quel supporto esiste.
Riconoscerla è il primo passo
La depressione postpartum risponde bene alla cura, soprattutto quando viene riconosciuta presto. Riconoscere i sintomi e poi chiedere aiuto, parlare tempestivamente con i medici che si sono occupati della gravidanza, è un primo importante passo per ricevere supporto.
Non devi aspettare che passi. Non devi farcela da sola. Non devi fingere di stare bene per non preoccupare nessuno.
Quello che stai vivendo ha un nome, ha una spiegazione, e ha una cura.
Se stai leggendo questo articolo per te stessa, o perché riconosci qualcuno vicino a te in quello che hai letto: il numero da chiamare in Italia per il supporto psicologico è il tuo medico di riferimento, il consultorio familiare del tuo territorio, o il tuo medico di base. In caso di urgenza, il 118 o il pronto soccorso più vicino.