Il senso di colpa del genitore che lavora

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Il senso di colpa del genitore che lavora

La prima mattina che torni al lavoro dopo la maternità o la paternità, esci di casa con una sensazione strana. Sollievo e colpa, mescolati insieme. Il sollievo di avere di nuovo un’ora tua, di fare qualcosa che conosci, di essere di nuovo una persona con un ruolo al di là di quello di genitore. E poi, subito dopo, la colpa per aver sentito sollievo.

Pochi sentimenti del primo anno di genitorialità sono carichi quanto questo. E pochi sono così poco raccontati, perché ammettere che tornare al lavoro ti fa anche stare meglio sembra la prova che non sei abbastanza dedicato.

Da dove viene questa colpa

Non nasce dal nulla. Viene da una narrazione culturale che, soprattutto per le madri, lega la qualità della genitorialità alla quantità di presenza fisica. Un genitore che lavora, in questa narrazione, è un genitore che ha scelto qualcos’altro al posto del figlio. Che ha messo il lavoro davanti all’amore.

Questa visione è sbagliata, ed è utile dirlo chiaramente. Ma è radicata, e riconoscere da dove viene aiuta a non esserne sopraffatti.

Alla colpa del lavoro in sé si aggiungono spesso colpe specifiche: la colpa per il pianto all’ingresso al nido, la colpa per non riuscire a pensare al bambino tutto il giorno mentre si lavora, la colpa per essere felici di essere usciti, la colpa per non essere sempre disponibili. Con l’avvicinarsi del rientro al lavoro può emergere un’ansia anticipatoria, e il pensiero di essere sbagliate può diventare un peso difficile da scrollarsi di dosso.

Cosa dice la ricerca

Le evidenze scientifiche su questo tema sono più chiare di quanto la narrazione comune lasci intendere, e vale la pena conoscerle.

Il fattore che influenza lo sviluppo del bambino non è se il genitore lavora o meno, ma la qualità della cura che riceve, in famiglia e fuori. I bambini hanno bisogno che sia dedicato loro un tempo di qualità, che sia in famiglia o al nido. Non vi è contraddizione tra i due contesti: anzi, ci può essere buona sintonia.

Una madre che prosegue la sua attività professionale e che si realizza anche al di fuori delle mura domestiche può essere più serena e presente quando è con il figlio. Rinunciare al lavoro, d’altro canto, può portare frustrazione per aver sacrificato un ambito importante della propria esistenza. Quella frustrazione non rimane fuori dalla relazione con il bambino: entra dentro.

I benefici per lo sviluppo dei figli emergono con maggiore chiarezza quando il lavoro è stabile e conciliabile con i tempi familiari. Un impiego che dà reddito e autonomia può sostenere lo sviluppo dei figli.

E il pianto all’ingresso al nido, che è spesso la fonte di colpa più acuta? È quasi sempre transitorio, è normale, e non indica un danno al legame. Se è presente un buon legame di attaccamento, il bambino può sperimentare la separazione come un’occasione per scoprire la propria autonomia, sapendo che il genitore tornerà.

Il sollievo di tornare al lavoro

Va nominato, questo sollievo, perché è reale e perché il silenzio intorno ad esso lo trasforma in qualcosa di cui vergognarsi.

Tornare a fare qualcosa che si conosce, ritrovare un’identità al di là del ruolo di genitore, avere ore strutturate, conversazioni con adulti, obiettivi misurabili: tutto questo risponde a bisogni legittimi. Non sono bisogni in competizione con l’amore per il figlio. Sono bisogni di una persona intera, che esiste al di là della maternità e della paternità.

Un genitore che si sente realizzato, che ha spazi suoi, che non ha perso il filo di sé, porta nella relazione con il figlio qualcosa di diverso rispetto a un genitore esaurito e frustrato. Non è una razionalizzazione comoda: è quello che la ricerca sul benessere genitoriale mostra in modo abbastanza coerente.

La colpa che non passa

C’è però una colpa che non si dissolve con le buone notizie della ricerca. È quella che rimane anche quando si sa che il bambino sta bene al nido, anche quando si vede che cresce sereno, anche quando la logistica funziona. È una colpa emotiva, non razionale, e non risponde alle argomentazioni.

Questa colpa merita di essere riconosciuta per quello che è: non la prova che si sta sbagliando, ma il segnale che si tiene molto a qualcosa. I genitori che non si preoccupano affatto della separazione raramente sono quelli che stanno facendo meglio. La preoccupazione, in dosi sopportabili, fa parte del prendersi cura.

Il problema non è sentire la colpa. Il problema è quando la colpa diventa così pesante da non permettere di essere presenti, né al lavoro né con il bambino. Quando si è sempre altrove: fisicamente al lavoro ma con la testa a casa, o fisicamente con il bambino ma con la testa al lavoro. Quella dissociazione prolungata è stancante e non serve nessuno.

Quello che aiuta

Distinguere la colpa dalla responsabilità. La responsabilità dice: faccio del mio meglio per garantire al bambino cure di qualità nel tempo in cui non ci sono. La colpa dice: il fatto stesso che non ci sia è sbagliato. La prima è produttiva, la seconda no.

Investire sulla qualità del tempo con il bambino quando si è insieme, più che tormentarsi sulla quantità. Un’ora presente e serena vale più di tre ore fisicamente presenti ma distratte o tese.

Trovare un accordo con il partner sulla gestione dei carichi, in modo che il rientro al lavoro non significhi portare in casa una doppia giornata. Il senso di colpa tende ad aumentare quando si è soli a gestire tutto.

Parlarne, se la colpa diventa un peso che non si riesce a portare. Non necessariamente con uno psicologo, anche se può aiutare: con il partner, con un’amica che ha vissuto la stessa cosa, con il proprio pediatra. Il silenzio intorno a questo sentimento lo amplifica.

Lavorare e avere un figlio non è una contraddizione. È una delle combinazioni più comuni e più difficili della vita adulta, che richiede organizzazione, supporto, e la generosità di non aspettarsi di farlo perfettamente. Il senso di colpa non sparirà del tutto, probabilmente. Ma può perdere il potere che ha di rendere meno buono tutto quello che fai, sia al lavoro che a casa.

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